Lions Club Roma Augustus

32 anni del Lions Club Roma Augustus.

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32 anni del Lions Club Roma Augustus.
novembre 12
12:20 2020

La lettera del nuovo governatore eletto del Distretto 108L, Quintino Mezzoprete, ha efficacemente riassunto la straordinarietà dell’emergenza che tutti noi stiamo vivendo da qualche mese: “nell’era della massima globalizzazione, credendo di avere superato ormai i periodi delle ombre e delle incertezze, ci siamo riscoperti fragili, con paure antiche e crisi esistenziali che pensavamo scomparse per sempre”, mentre la ricomparsa di parole antiche come “contagio” e “quarantena”  ci ha bruscamente ripiombato nella “lunghissima durata” di una storia dell’umanità afflitta da pestilenze, oltre che da guerre, già agli albori della civiltà, che ha conservato ben viva  la memoria omerica del “feral morbo” che già allora (stiamo parlando di tremila anni fa) parve paralizzare gli umani, addirittura impedendo, o quasi, la prosecuzione della primordiale “grande guerra”.

A chi si interroga su quali siano le risorse di cui oggi disponiamo per far fronte ad una così difficile prova, che intanto abbiamo cercato di aggirare affinando le nostre conoscenze del mondo digitale (come nota il nostro Governatore nella sua lettera del 19 maggio), possiamo rispondere con l’auspicio di un più o meno prossimo quanto inevitabile ritorno alla “normalità” della nostra vita associativa, ma soprattutto con l’esortazione ad attingere agli insegnamenti della storia e al non meno ricco serbatoio  delle nostre memorie individuali, che in questa circostanza si rivelerà ancor più prezioso, perché già pieno del buon senso e della saggezza che hanno sempre indirizzato le nostre scelte di vita e i nostri virtuosi comportamenti, distintamente individuati già al momento della fondazione del Club, come mi ha ben informato l’amica Mariolina Anania, fra i soci fondatori oltre che primo Presidente dell’Augustus: un nome che “venne scelto come auspicio affinché il Club diventasse ‘augusto’, cioè tra i più importanti del Distretto, con l’impegno e lo spirito di servizio di tutti i soci”. Il richiamo allo spirito di servizio, fulcro dell’azione del Lionismo, fu affiancato, già da allora, dal reclutamento dell’universo femminile – in precedenza emarginato dalla vita societaria – consentendo a uomini e donne di “operare con nuova sinergia e con pari diritti e doveri”, mentre lo stesso nome Augustus fu opportunamente prescelto con felice richiamo ad una memoria storica che non può intendersi se non come patrimonio comune e condiviso della civiltà occidentale, e che nella genialità e nell’umanità della nostra patria italiana ha trovato il più denso concentrato di storia universale: “una genialità che si è espressa in un patrimonio artistico più grande di quello di tutte le altre nazioni messe assieme, e un’umanità che si è tradotta in capacità di sacrificio e lungimiranza”, come abbiamo letto qualche giorno fa in una pagina del “Corriere”, insieme con il richiamo al  contributo di Carlo Azeglio Ciampi  alla riscoperta del più sacro simbolo dell’unità nazionale, il tricolore, adottato già nel 1797 a Reggio Emilia dalla Repubblica Cispadana e passato poi a definitivamente rappresentare l’antica patria riunita nel 1861. A questa unità d’Italia, rinata dalle lotte risorgimentali, ma esistente ab antiquo, ci rinvia direttamente anche il nome Augustus, a suo tempo scelto come appellativo dal giovane Ottaviano e suggerito da una felice intuizione di Lucio Munazio Planco. L’unità d’Italia, quella più vera e consolidata da una storia millenaria, e che giunse a compimento proprio con il regno di Augusto, nasceva infatti da un auspicio formulato già ben più di duemila anni fa, sulla scorta del celebre verso del poeta Ennio che aveva evocato la nascita di Roma augusto augurio condita, e  proprio per questo destinata ad una ineguagliata grandezza, che non poteva se non “accrescersi” (la radice di augustus è la stessa di augère [= accrescere], e di augùrium [augurio di accrescimento]) nei secoli dei secoli, per poi riemergere con l’indiscusso riconoscimento del 1861, che certificava la nascita della nuova “nazione”. Vale la pena, a questo riguardo, di riflettere sulla memoria comune di tutti coloro che hanno frequentato la scuola elementare negli anni Cinquanta del secolo scorso, e hanno ascoltato maestre e maestri parlarci a lungo dell’eroismo del nostro Risorgimento, specie sulla scia del Cuore di De Amicis, non senza punte polemiche contro la politica anti-italiana del principe di Metternich, di cui veniva citata la celebre frase “L’Italia non è che una mera espressione geografica”, e non senza le inevitabili semplificazioni indotte dal trionfalismo postunitario. Sappiamo che la frase dell’uomo politico austriaco, riportata alla lettera, suonava “La parola ‘Italia’ è un’espressione geografica, una qualificazione che riguarda la lingua, ma che non ha il valore politico che gli sforzi degli ideologi rivoluzionari tendono ad imprimerle”, e che la sua azione politica si ispirò a criteri di puro realismo (Realpolitik, si direbbe oggi), mentre altrettanto noto è il fatto che possa considerarsi un risarcimento postumo – da parte del principe – la circostanza che la sua principesca dimora sia divenuta sede della nostra Ambasciata a Vienna. Quel che possiamo aggiungere ora è che, paradossalmente e a posteriori, il principe non aveva tutti i torti: l’Italia, a dire il vero, e alla luce della storia, non è una semplice ‘nazione’, al pari delle altre nazioni che sono nate distaccandosi via via dal corpo immane dell’impero romano, e che si sono chiamate nationes proprio per distinguere i cittadini romani nati al di fuori dell’Italia (un po’ come i pied noirs per i Francesi), mentre quel suo essere di fatto, e per più di un mezzo millennio, la prima nazione della storia dell’umanità, con i suoi 21 secoli di vita, ne fa non soltanto la più longeva delle nazioni, ma addirittura un archetipo originario che di quelle ‘moderne’ nazioni fu matrice. In queste antiche radici della nostra identità storica si cela la formula, o se si preferisce la ricetta, per una futura costruzione di una vera unità europea, come di un corpo che superi finalmente le identità nazionali delle proprie membra guardando con la dovuta attenzione all’ombelico romano, vero esito cicatriziale della nascita della nostra civiltà comune, e che a lungo fu già umbilicus mundi, ben prima di diventare speculum mundi. Anche questo concetto di unione europea non esula, a ben vedere, dagli scopi più profondi del lionismo, che con la sua attività di servizio e accorrendo ovunque vi sia bisogno di aiuto dimostra di espletare quei valori etici ed umanitari che ci sono stati tramandati da uomini vissuti in tempi così lontani. Possiamo dunque dire orgogliosamente, da Italiani, we serve because we deserve, assumendo su di noi un compito non facile né semplice, che non può che prendere l’avvio da una progressiva presa di coscienza delle responsabilità connesse con la funzione di riconoscere e percorrere il tracciato – non sempre agevolmente leggibile – delle grandi strade maestre della storia.

Mariano Malavolta .

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